Parentesi tonde

Shift+8

Schermata nera.

Il pc mi ha abbandonato ancora.

Maledizione!

Calzo contemporanemente una cinquantina di tasti, provo a riaccendere il mio Acer, ma niente, non vuole saperne di restituire il tema. Mi salgono le lacrime, gli occhi pizzicano, il nervoso emerge come un fiume in piena travolgendomi. Ho passato due giorni sull’analisi critica del testo di Manzoni, ho spulciato manuali, ho passato ore intere a trovare le formule giuste e la voglia di scrivere in quel modo che non è certo quello a me più congeniale; tutto è andato a farsi benedire.

Impreco, le mani tremano per la rabbia. Non è giusto!

Fisso per mezz’ora la schermata nera, sconsolata e allibita per il pessimo scherzo che mi ha giocato la tecnologia, nel momento sbagliato. E’ sabato pomeriggio e devo consegnare il tema fra meno di 48 ore. Respiro profondamente cercando di calmarmi, avere un attacco isterico in questo momento è controproducente.

 

La soluzione è solo una: prendere una boccata di aria fresca e poi, calmata a dovere, cercare di riscrivere tutto a mano. Anche se mi piace far scorrere la penna sul foglio, so di non avere una calligrafia elegante e facilmente comprensibile, potrei avere delle noie con il professore, ma è l’unica soluzione.

Con uno scatto secco abbasso lo schermo del portatile con violenza; “Stronzo!” penso, sono fuori di me in questo momento, in una parte remota della testa so che prendersela con quella scatola di plastica e fili elettrici non è la soluzione migliore, ma inverci contro sembra un’ottima vendetta.

Afferro cappotto e la borsa e mi avvolgo la sciarpa intorno al collo. Rischio quasi di dimenticare le chiavi mentre sto per uscire, per fortuna me ne ricordo prima del chiudersi della porta e la blocco tempestivamente, rientro borbottando parolacce a mezza voce. Mi manca solo di rimanere chiusa fuori per tutto il weekend, sarei potuta diventare la versione femminile di Hulk in quel caso!

Bologna è mezza piena oggi pomeriggio, gli studenti che la popolano tutta la settimana si sono dimezzati, molti approfittano per tornarsene a casa il venerdì. Attraverso via Zamboni con le mani in tasca, il capo chino e la borsa che sbatacchia appesa al braccio; il vento mi schiaffeggia prepotente, anche se sono sotto i portici, arriva lo stesso al viso e fa imporporare le guancie. E’ marzo da una settimanella, ma l’aria gelida del nord Italia non vuole saperne di lasciare spazio al tepore dei raggi solari, l’inverno è quasi concluso nel calendario ma non nell’aria.

Non so bene dove mi sto dirigendo, devo solo calmarmi un po’ e poi tornarmene nell’appartamentino, per finire il lavoro. Imbocco una via perpendicolare a quella da dove sto arrivando, non rivolgo nemmeno uno sguardo alle Torri degli Asinelli che so imperano ancora, ritte, in balia del tempo che scorre, apparentemente immutabili segnano da centinaia di anni il centro città. Quando ci passo davanti, anche se non le ammiro, mi viene sempre in mente “Il Signore degli Anelli” e sorrido, lo faccio anche ‘sta volta quando immagino l’occhio di Sauron comparire, all’improvviso, sulla cima di quella più alta.
Prima scaglia di buonumore.

Cammino svelta come tutti, infilo un vicolo e raggiungo il “Libraccio”. E’ enorme e mi piace curiosare tra gli scaffali con centinaia di libri, alcuni anche molto vecchi e sciupati, venduti da chi tiene poco conto della letteratura e del profumo delle pagine ingiallite dal tempo, con parole in inchiostro scolorito.

Un moto di stizza mi scuote quando intravedo, e sento, una donna contrattare la vendita di quattro libri con la copertina marrone, rigida e dall’aspetto decisamente antico. “Ma come diavolo si fa a vendere certi libri?!” mi chiedo arrabbiata e con un tic nervoso all’occhio sinistro. Penso a casa mia, i miei genitori hanno sistemato delle mensole in legno nello studio caricandole di libri di ogni genere, ne abbiamo circa millecento e qualche volta perdo intere giornate tra quei titoli. Sono fortunata ad avere un tale tesoro che mi attende in patria.

Presto attenzione ai titoli che scorrono sotto i polpastrelli, un’ altra cosa che mi piace fare è accarezzare il dorso dei libri infilati lì, anche se non li compro, riesco ad avere un timido contatto con i mondi di cui parlano; sorrido quando leggo i titoli dei miei preferiti, inizio sempre da loro, sono il nord della mia bussola personale quando vado alla scoperta di altre storie.

Un’ ora dopo esco senza niente in mano, ma con le labbra che disegnano un sorriso. Era quella la boccata d’aria fresca!

Percorro la strada fatta prima, con la testa ritta; questa volta, qualche metro prima del Teatro in Piazza Verdi, devio a sinistra percorrendo una via di cui non ricordo il nome e poi mi infilo in via Belle Arti, parallela a via Zamboni; c’è ancora una cosa che devo fermarmi ad ammirare prima di tornare all’appartamento.

L’attraverso quasi per interno prima di fermarmi davanti alla vetrina di una copisteria/cartoleria.326673-primo-piano-della-vecchia-macchina-da-scrivere

In basso, su una scaffalatura da esposizione, contrasta la modernità una macchina da scrivere d’antiquariato, nera ed elegante; attira tutte le mie attenzioni a dispetto della merce tecnologica lì al fianco. Mi trasferisco per qualche attimo nel mio mondo e la porto con me.

Immagino di essere in un salotto dall’arredamento chiaro dello stile di metà ottocento, le dita pigiano febbrilmente sull’ Olivetti M1 posta su uno scrittoio, sobbalzo quando il margine scatta con l’inconfondibile trillo. Mi vedo sorridere di quel breve spavento, sorseggiare un tè caldo in una tazza di ceramica candida con decorazioni oro, per poi riprendere a scrivere. Non c’è il veloce rock dei Bon Jovi in sottofondo, come accade sempre nelle mie sedute di scrittura, ma un grammofono, poco più in là di dove sono seduta, spande una musica leggera e tranquillizzante.

Qualcuno, urtandomi, mi riporta alla realtà.

Concludo la seduta contemplativa con un sorriso amaro e, in meno di due minuti, varco la porta di casa, che di certo non è in stile 1800. Non vi sono scrittoi, macchine da scrivere o grammofoni ad aspettarmi, sul tavolo, al centro della squallida stanzetta, giace “il maledetto aggeggio” che mi ha rubato le parole e le note che amo.

Sono più tranquilla, anche se malinconica, cerco di provare a ragionare con il PC. Sollevo lo schermo e pigio il tasto di accensione. E fu tecnologia!

Il marchio di WindowsXP si ripresenta sullo sfondo nero.

Forse è invidioso dei pensieri rivolti a quella Olivetti, forse aveva solo bisogno della botta violenta di poche ore prima, forse voleva riposarsi, vista la mia maledetta abitudine a sospendere il sistema e non ad arrestarlo.

Chissà…

Il tema è rimasto in memoria e io continuo a scrivere e a cancellare parole di un’unica riga; una parte dei pensieri è rimasta nel mio mondo, desidera poter prendere il foglio e accartocciarlo come facevano gli scrittori di un tempo, sentire la frustrazione di dover rifare tutto daccapo.

Poi, soddisfatta da quello appena scritto, spingo i polpastrelli su : Shift+9