Passante

UNA-PASSANTE-a29410523Svelta, cammina svelta.

I suoi stivali battono sulle piastrelle di quei portici sotto cui cerca rifugio dalla pioggia battente; tra le mani ha una bottiglia di the al limone, l’ha appena preso alla macchinetta pubblica, anche se è sabato notte non si sente attratta nemmeno un po’ dal pub vicino a casa, anche se la gente lo affolla e schiamazza.

Sta tornando a casa, ha preso quello che doveva. Ora trema di freddo, sperava in un’altra bella nottata serena, quella del giorno prima aveva addirittura lasciato intravedere le stelle, che non si era goduta neanche un po’. Doveva studiare.

Lei è semplice, di quella semplicità che sfiora la trascuratezza. Ora porta il pigiama sotto il giubbotto, il trucco del giorno prima le macchia gli occhi, due ombre violacee segnano la pelle sotto le ciglia inferiori, chi la vede non potrebbe mai immaginare che dietro quelle palpebre stanche ci siano due belle iridi, metà verdi e metà castane. Nessuno potrebbe innamorarsene, perché anche chi dice di amarla pensa che siano solo due occhi.

Ma lei ne va fiera. Sono l’unico suo vanto. L’unica bellezza di sé che è disposta a riconoscere.

Quella notte qualcosa è morto.

Tutti i sogni di bambina, forse. Tutti i desideri di un amore da favola, da leggenda, forse.

Schiacciata da una malinconia che lei stessa non sa spigarsi. Una malinconia arrivata alle sette di sera e che le stringe il cuore ancora adesso, che sono le due del mattino.

Nel cuore e nella testa le rimbomba l’immagine di Tristano e Isotta, non ha studiato di loro solo per dovere. Si vergogna a pensare che, per un momento, ha sognato di vivere un amore come il loro, un amore che ha il potere di uccidere al solo pensiero che non sia corrisposto.

Ma la realtà l’ha risvegliata bruscamente a diciassette anni. Un’età che le deve ancora un centinaio di sogni.

Perché anche lei sarebbe capace di morire per amore. Ma nessuno glielo chiede.

E lei ama così. Non vede altro modo di farlo.

S’incazza, sbraita, è triste. Ma ama. Ama tutto il giorno, tutte le ore, i minuti e i secondi. Ha sognato dell’amore, di quell’amore ostacolato da qualcosa che puoi concretamente combattere, fatto di impedimenti tangibili che sono leggi, persone e mostri.

Non ha mai pensato che gli ostacoli qui, nella vita vera, tante volte marciano e non si vedono, non si toccano, non si aggirano, non si vincono.

Lei una storia ce l’ha, ma non ha il sapore di una favola; ha, anche quando non dovrebbe, il sapore della cruda realtà, quella che spezza, quella che soffoca. Lei che è andata avanti di pane e storie per una vita intera; ha conosciuto il mondo nel modo in cui, di solito, il mondo si dovrebbe disconoscere. In qualche modo doveva pur abbandonare le principesse e i principi, le fate e i draghi, le streghe e i maghi.

E ora i suoi mostri sono altri. Tutti astratti. La paura di deludere, la bellezza che deve costruirsi su misura, il sentirsi continuamente “quella” e non “lei”. Perché quelle tute extralarge in cui navigava pacifica non vanno più bene, quel corpo pieno di curve ora non è più la sua personale sensualità, i capelli raccolti in una coda scomposta con cui si sentiva così libera ora le mettono in risalto le orecchie a sventola e il viso a pera, la sua voglia di scrivere in ore liete ora è diventato sfogo in ore cupe.

E’ scesa, anzi, è caduta dalla sua nuvola. E ha battuto il culo. L’ha battuto forte.

Ma non si chiede mai se ne valga la pena, per lei ne vale sempre la pena.