Video dunque sono: addio alla memoria delle nostre emozioni

Chi ha detto che un esame non porta qualcosa di buono?

Ecco qua un articolo che ci è stato messo sotto mano, per l’esame, dal professore di Lingua e Linguistica Italiana. Mi trovo d’accordissimo… a breve la mia umile risposta!

Video dunque sono: addio alla memoria delle nostre emozioni

di GABRIELE ROMAGNOLI per la Repubblica (9 luglio 2013)

Il pianista Keith Jarrett mette al buio il pubblico di Umbria Jazz per evitare di essere ripreso con i cellulari. È l’ultimo episodio di una tendenza ormai universale. Assistere a un concerto o a un evento sportivo non basta più, per esserci davvero bisogna fissare le immagini con uno smartphone o un tablet. E condividerle in tempo reale attraverso Twitter o Facebook. Così la realtà, e le sensazioni che suscita, vive solo nella sua rappresentazione.

 

La domanda era: se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Ora diventa: se un artista tiene un concerto e nessuno lo cattura con uno smartphone o un tablet, ha davvero suonato? L’ideale sarebbe che l’albero cadesse in testa allo spettatore/operatore e bella ciao.

Di certo piacerebbe a Keith Jarrett. Uno dei più grandi pianisti viventi, accolto sul palco di Umbria Jazz da un temporale di flash e una selva di braccia armate di microcamere, ha lasciato il palco ed è tornato solo dopo aver fatto spegnere le luci, esibendosi al riparo di aggeggi molesti.

Capriccio da divo o legittima insofferenza? Proviamo a ragionare. Nello stesso giorno, sul campo centrale di Wimbledon, il tennista britannico Andy Murray andava dal giudice di sedia a lamentarsi di uno spettatore che, sventolandosi per il caldo, gli toglieva la concentrazione.

Ecco, qui siamo alle porte di Fantasilandia. Come commentò il telecronista di Sky: “E questo dovrebbe asfissiare perché a Murray uno su sedicimila che si fa aria gli dà fastidio?”.

Diverso il caso dell’artista alla tastiera. E di chiunque altro suoni o canti in pubblico. Sarà capitato a tutti di trovarsi a un concerto e trovare la visuale ostruita da una foresta di mani che sollevano apparecchiature per videoregistrare, per lo più telefoni cellulari. Hanno sostituito gli accendini anni ’70. Ma le fiammelle erano simbolo di partecipazione, i portatili di distacco.

Lo spettatore che riprende è attentissimo non a quel che accade sul palco, ma a quel che ne filma il suo apparecchio. Ha già sostituito l’occhio della telecamera al proprio. E’ lì, sul luogo dell’evento, ma lo vede come se glielo stesse mostrando qualcun altro che c’era mentre lui stava facendo il turno di notte. Alla vita sta preferendo la sua rappresentazione, sostituisce l’attimo fuggente con la sua archiviazione, invece che ad una memoria selettiva si affida a una metamemoria che tutto conserva e niente privilegia.

Viviamo (anche) per poter dire: “Io c’ero”. È molto più forte di: “Io registravo”. Rischiamo di consegnarci a un teleguidato Alzheimer elettronico. Se non esercitiamo la funzione, si atrofizzerà. Nessuno ricorda più un numero di telefono, da quando esiste la rubrica dei cellulari. E quella è utile. Ma per il resto, niente vale l’infallibile setaccio della memoria. Nessuna videata mi restituirà mai con altrettanta esattezza le sensazioni provate mentre, al Radio City Music Hall di New York, Leonard Cohen si inginocchiava, le mani a coppa intorno al microfono, e attaccava “Dance me to the end of love” o di fronte a Francesco De Gregori nell’improbabile PalaTenda di Brescia, travolto da improvvisa allegria nel proclamare: “Va in Africa, Celestino”.

Prendere l’impatto di un evento dal vivo e trasferirlo su You Tube significa ridurlo in scala 1 a 10. Lo si fa implodere. Non funziona. Come non lo fa l’operazione inversa. Altroché esplosione: guarda che succede quando un fenomeno della rete trasloca nella realtà. Psy e il suo Gangnam Style all’Olimpico di Roma rivelano l’inconsistenza di una trovata e Lana del Rey nelle arene fa spesso ricorso al playback.

Che questa però sia la tendenza è una verità, come dire, sacrosanta. Si guardino due immagini affiancate: l’elezione di due papi, proclamata a distanza di otto anni, 2005 per Benedetto XVI e 2013 per Francesco. Nel primo caso piazza San Pietro è buia, nel secondo è illuminata a giorno dalle luci degli apparecchi elettronici che catturano l’attimo e ne perdono per sempre il senso: partecipazione, ricordo, volendo perfino trasfigurazione individuale.

Ho scritto questo articolo in una stanza senza luce, la tastiera del computer retroilluminata, nel lettore di cd Keith Jarrett e il suo capolavoro: il concerto di Colonia. Non dormiva da due giorni, gli diedero il pianoforte sbagliato, improvvisò, fino a 12 minuti usando due soli accordi, aggrappato a un’affinità imprevista e alla sua stanchezza. Risultò tutto irripetibile, per sempre. Era il 1975. Che cosa non darei per non avere questo disco ed esserci stato.